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Cultura

Ravenna Festival. Magnifica(t) esecuzione di Bach e dintorni

Tanti applausi per Vincent Dumestre e il suo Le Poème Harmonique, alle prese con il capolavoro (e non solo) del genio tedesco, giovedì sera, 11 giugno, in Sant’Apollinare in Classe

12 giugno 2026 -

Sì, è proprio vero: Vincent Dumestre, musicista barocco fra i pochi capaci di ricreare le atmosfere, i programmi e la prassi esecutive della musica di tre-quattro secoli fa, è stato, ed è tuttora, proprio per questa sua incredibile abilità,  “molto” vicino alla costruzione della macchina del tempo, nonostante essa non sia ancora stata inventata.
E di tale mirabile qualità, il brillante liutista e direttore francese, alla guida del suo gruppo vocale e strumentale Le Poème Harmonique (col quale da quasi trent'anni sviluppa un modo unico di interpretare e restituire anche visivamente la filologia musicale) ha dato ennesima e grande prova, giovedì sera, 11 giugno, in Sant’Apollinare in Classe, per il Ravenna Festival.  
Il tutto, nell’intento, riuscitissimo, di far rivivere al grande pubblico della basilica bizantina l'esatto programma con cui Johann Sebastian Bach si presentò alle celebrazioni dei Vespri del Natale 1723 nella Chiesa di San Tommaso a Lipsia, dove eseguì per la prima volta uno dei suoi pezzi sacri emblematici, il Magnificat Bwv 243a, accanto alla Cantata Bwv 63, all'Alleluia di Leo Hassler e a Ein Kindlein so löbelich di Gottfried Vopelius.

Nel dicembre 1722, infatti, il trentasettenne Johann Sebastian decise di candidarsi come cantor et director musicae a Lipsia, posto ottennuto dopo pochi mesi, con la responsabilità delle musiche liturgiche nelle chiese di San Tommaso e San Nicola.
A Lipsia Bach rimase per 27 anni, fino al termine della sua vita, componendo non solo per la liturgia luterana, ma scrivendo pure musica profana e collaborando con i vivaci complessi musicali della città.
Quello del 1723 fu dunque il primo Natale che Bach trascorse a Lipsia e per questa circostanza scrisse la prima versione del grandioso Magnificat,
asse portante della serata (nonché anche suo titolo) in oggetto, in cui ogni singolo brano, nonostante la brevità, ha avuto un suo carattere chiaro, semplice e ben definito, grazie anche alla rinuncia a utilizzare le forme più articolate dell’aria, a cominciare da quella col “da capo”.

Impeto travolgente di splendore e ricchezza, nell’incipit del coro a 5 voci, ad esultare Magnificat anima mea Dominum” sorretto dalla piena orchestra a cui hanno dato smagliante e festoso colore le  trombe e i timpani. Di grande effetto, poco più avanti, l’aria per soprano solista “Quia respexit”, quando sulle parole “omnes generationes” tutto il coro improvvisamente ha interrotto la voce solista, seguito dalla bellezza trascendente del trio per due soprani e contralto “Suscepit Israel”, dove i due oboi hanno intonato, all’unisono, nello stile di un cantus firmus, la venerabile melodia del Magnificat.

Al successivo intervento corale “Sicut locutus est patres nostros”, dal carattere di mottetto in stile antico, perfettamente eseguita la fuga, vocale, senza accompagnamento d’orchestra, per accentuare, anche nel linguaggio musicale, lo stretto legame con il passato.

Superata l’austerità di questo brano, infine, la conclusione  trionfale, con il ritorno dell’orchestra nel “Gloria patri”: per due volte, infatti, le voci si sono innalzate in un arco poderoso “per rendere finalmente gloria al Padre e al Figlio”, con la linea melodica invertita sulle parole “et Spiritui Sancto” a simboleggiare, appunto, la discesa dello Spirito Santo. Qui, la poderosa entrata delle trombe ha finito per condurre l’opera, con la ripresa del tema iniziale del Magnificat, al suo culmine, proclamando trionfalmente: “Magnificat anima mea Dominum”.

Grande interpretazione, si diceva, dell’ensemble Le Poème Harmonique (appassionati musicisti dediti alla musica antica e barocca con progetti dedicati alla vita quotidiana e alle cerimonie di Versailles, all’Italia barocca di Monteverdi e Pergolesi e all’Inghilterra di Purcell: progetti che saldano nuovi legami tra il sacro e il profano, tra musica colta e fonti popolari), magistralmente guidato da Vincent Dumestre specialista, appunto, dei repertori del XVII e XVIII secolo nei quali esprime tutto il suo gusto per le arti e la sensibilità per l’estetica barocca.

Insomma, si è trattato di una rara occasione per ascoltare Bach “come se si fosse spettatori nella sua chiesa”. 

 

 

 




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