Tais Conte Renzetti: “Così fan tutte”, un capolavoro sempre nuovo INTERVISTA | la CRONACA di RAVENNA

Tais Conte Renzetti: “Così fan tutte”, un capolavoro sempre nuovo INTERVISTA

Per la Trilogia d'autunno, al Teatro Alighieri dal 31 ottobre, la direttrice d’orchestra brasiliana sarà sul podio per l’ultima opera di Mozart e Da Ponte

30 ottobre 2022 - La Trilogia d’autunno del Ravenna Festival, che prende il via lunedì 31 al Teatro Alighieri, quest’anno proporrà i tre capolavori di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte: Le nozze di Figaro andrà in scena il 31 e il 4 novembre, Don Giovanni il 1° e il 5 novembre, Così fan tutte il 2 e il 6. A dirigerle sono stati chiamati tre giovani e brillanti musicisti accomunati dall’esperienza nella Italian Opera Academy di Riccardo Muti: un direttore, Giovanni Conti, e due direttrici, Erina Yashima e Tais Conte Renzetti.

Sempre meno inusuale è vedere una donna sul podio di un’orchestra, e d’altronde lo stesso Muti, sia nell’Academy sia in altri campi della sua attività, è solito accogliere presenze femminili sullo stesso piano di quelle maschili.
Di questo costume che sta cambiando abbiamo parlato, tra gli altri argomenti, con Tais Conte Renzetti, che dirigerà
Così fan tutte. Brasiliana di nascita, cresciuta tra gli indios con i genitori missionari, e cittadina del mondo per formazione, la trentaduenne direttrice ha alle spalle studi in India, in Italia e a Vienna. Ha già un curriculum di tutto rispetto, di cui fa parte l’esperienza a fianco di Martinho Lutero de Galati nella Rete Culturale Cantosospeso a Milano e nella Rete Culturale Luther King a São Paulo in Brasile, delle quali ha assunto la direzione dopo la scomparsa di Lutero.

Tais Conte Renzetti, che cosa comporta essere una donna nel mondo della direzione d’orchestra, che è ancora in grande prevalenza maschile?
“Ho notato che la figura femminile ha ancora difficoltà a farsi accettare soprattutto nel mondo operistico, meno in quello sinfonico, anche perché più andiamo avanti più si fa strada una forte onda di bravissime direttrici d'orchestra.
Ovviamente anch’io ho vissuto delle disparità, ma credo che siamo in un momento in cui dobbiamo affrontare l’argomento in modo diverso e arrivare a un discorso puntato sulla musicalità dell’individuo, invece che sul genere. L'atteggiamento nelle orchestre e nel teatro sta cambiando, quindi penso che ora la questione maschio o femmina non debba più costituire un problema, ma che si possa veramente partire dal presupposto che siamo musicisti professionisti e stiamo tutti facendo il nostro mestiere”.

Un mestiere che lei ha imparato in giro per il mondo, dall’Amazzonia all’India all’Europa. Com’è stato il suo percorso?
“Ho avuto un'infanzia molto atipica. I miei, che sono missionari, lavoravano già da prima di sposarsi con gli indios in Brasile, mia madre come insegnante di portoghese e mio padre come infermiere.  Quando siamo arrivate noi tre figlie, siamo rimaste ovviamente lì con loro.
Uno dei miei primi ricordi da bambina è quello di una festa che c'è stata nella tribù dove vivevamo: tutti si sono pitturati il corpo, si sono vestiti con gli indumenti tradizionali e gli uomini cantavano e suonavano strumenti a percussione girando in cerchio, mentre le donne facevano un controcanto e giravano in direzione opposta. In seguito la mia famiglia si è trasferita in India, dove ho trascorso tutta l'adolescenza e ho incominciato gli studi di pianoforte e canto. Dopodiché, tra varie esperienze importanti per la mia formazione, c’è stata nel 2020 l’Academy di Muti”.

Che cosa, in particolare, l’ha colpita del lavoro con Riccardo Muti? Che cosa soprattutto le è rimasto?
“Muti fa parte di quei musicisti di una volta che, come lui stesso dice, hanno respirato la polvere del teatro; probabilmente ci hanno perfino dormito e ci si sono svegliati. Hanno avuto una vita intensa dentro il teatro in tutti gli aspetti, non soltanto in quello artistico ma anche in tutti gli altri.
Essere a fianco di Muti per me è stato proprio aprire gli occhi: noi giovani direttori spesso ci perdiamo in altre cose, nei problemi della tecnica, ma la sua lezione mi spinge sempre a tornare alla musica, a cosa c'è dentro la musica, alla ricerca della teatralità nell’opera, che non è scontata”.

E ora lei è di ritorno a Ravenna ad affrontare Così fan tutte. Come si pone di fronte a questo capolavoro molto impegnativo?
«È l'ultima opera della trilogia di Mozart e Da Ponte e ci si trova un pensiero molto innovativo, che va molto oltre. Lo notiamo in tutta la trilogia, ma di più in Così fan tutte.
Diversamente da Le nozze di Figaro e Don Giovanni, dove ci sono tanti intrecci, qui c’è un’unica narrazione e il problema per chi dirige è come tenere il filo di questa narrazione, il filo drammatico di un'opera che è lunga quasi quanto le precedenti. Credo proprio che la tenuta drammatica sia la cosa più difficile di Così fan tutte, sia per chi canta sia per chi è in orchestra sia per chi dirige, quindi ci deve essere sempre freschezza, bisogna trovare delle novità: Lorenzo Da Ponte ha fatto un grandissimo lavoro nel libretto e i vari livelli, anche i doppi sensi, che sono costanti nel testo si ritrovano nella musica. È un continuo scoprire delle cose nuove che magari il giorno prima non avevi visto: ogni volta che apri la partitura trovi qualcosa di nuovo, ed è bellissimo”.
Patrizia Luppi


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