"Senza esagerare non si fa mai niente di importante"

Riccardo Muti e Arrigo Sacchi insieme al Teatro Alighieri. “Si suona e si gioca con la testa, non con le braccia o con i piedi”

24 luglio 2020 - A Ravenna ci sono due “maestri”, riconosciuti come tali in tutto il mondo, che ieri sera al Teatro Alighieri, moderati da Armando Torno, hanno scoperto come le loro leadership abbiano molto in comune. Riccardo Muti e Arrigo Sacchi, l’uno da Napoli e l’altro da Fusignano, hanno contribuito in modo determinante a cambiare il mondo della musica e del calcio, guidando alla conquista di grandi risultati ‘solisti’ e orchestre, come Maurizio Pollini e i Wiener Philharmoniker, e una squadra di primissimo piano, il Milan degli anni 80 e 90 che ha vinto tutto ciò che si poteva vincere.

Sono fieri di essere italiani, anche se “noi italiani non sappiamo chi siamo e chi siamo stati”. Ne sono più consapevoli gli altri, come il musicologo venuto dagli Stati Uniti che di fronte all’epigrafe scritta in latino sulla tomba di Raffaello telefona all’amico Muti per avere la traduzione, perché il nostro è il Paese degli studi classici (eccola, per curiosità: “la natura quando Raffaello era in vita temette di essere vinta da lui, morendo Raffaello temette di morire con lei”).
Ma “l’Italia è in crisi economica, culturale e morale, una crisi che si riflette nella musica e nel calcio. L’ultima volta che l’Italia ha giocato in attacco è stata all’epoca dei Romani”. A dirlo è il maestro del gioco per vincere e divertire, in attacco, che ha fatto dimenticare il catenaccio e le furbizie sul campo. Perché si deve vincere con merito e il gol è segno di superiorità, ma non basta.
Come non basta il suo equivalente, l’acuto del tenore, quello negato sul palco da Muti perché non scritto dal compositore e fatto dal cantante nel corridoio andandosene ma ahimè steccato (“ecco perché non te l’ho fatto fare!”). E non si è ‘migliori’ in campo o sul podio se non si è lavorato in squadra, un gol o un acuto non bastano per meritare quel voto.

Già, il gioco di squadra, un obbiettivo non facile da raggiungere per le spinte individualiste sia dei calciatori che degli strumentisti o cantanti. L’etica della musica è lo stare insieme. E mentre sottolinea il significato della parola “sinfonia”, Muti racconta di Toscanini che combatteva contro uno strumentista dell’Orchestra di New York. Un rapporto conflittuale, tanto che il flautista in una occasione smise di suonare, ripose lo strumento e si avviò verso l’uscita commentando “tu sei un tiranno…”. E Toscanini “è troppo tardi per chiedere scusa!”. Oppure della volta in cui lo strumentista di una famosa orchestra non rispose a una domanda del direttore giustificandosi in questo modo “io non parlo con i direttori d’orchestra”. E ancora, alla Scala un direttore ospite nel 1980 dirigeva un pezzo di Ravel quando si rivolse a una sezione dell’orchestra dicendo “non funziona” e la risposta fu: “le trombe vanno benissimo”.
Sacchi da parte sua ricorda un Gullit che in un’occasione non si comportò bene: “lo chiamai in disparte e gli dissi che stava tradendo la nostra fiducia, che non stava giocando con la testa, lo volevo offendere…”.

Ci si può permettere di ‘governare’ in questo modo solo se si è dei leader, sul podio e in panchina. Ne è un esempio George Szell, direttore d’orchestra e compositore ungherese diventato nel 1946 direttore della Cleveland Orchestra: all’epoca una come tante, ne fece una delle più grandi del mondo, “datemi la collana di perle, al resto ci penso io”.
Si è leader se si è autorevoli e si è autorevoli se si hanno sapere e valori.
Per Muti questo è l’unico modo per gestire talenti “alti come il monte Bianco o l’Everest”. “Un mister ha 11 persone, un direttore ne ha 100, è un popolo, dove c’è di tutto, atteggiamenti dittatoriali e democratici, chi lavora e chi no, chi porta i suoi problemi. Sono 100 menti da convogliare verso la tua idea interpretativa, per raggiungere un’armonia. E se c’è uno scontro, tu sul podio sei solo”.

Sacchi non fu solo quando in molti lo attaccarono all’inizio del suo incarico al Milan nel 1987, lo difese Berlusconi che credeva in lui e diceva che non lo avrebbe mai mandato via. “Il sostegno del Club è fondamentale, la prima cosa necessaria a un allenatore. Il Club viene prima della squadra e la squadra prima del singolo”.
E sui singoli, lo stesso pensiero: al di là della bravura, pesano i valori di cui sono portatori. Modestia, entusiasmo, intelligenza, queste le caratteristiche che deve avere chi pratica sport di squadra. “Cercavo persone che avessero ideali. Tra l’altro, più è alta l’amalgama più il talento cresce, tant’è che Gullit e Van Basten ottennero più volte il Pallone d’Oro. Per questo sostenni l’acquisto di Ancelotti, anche se conoscevamo i suoi problemi alle ginocchia, sapevo che con lui avremmo vinto”.

E se l’arte che esprimiamo non è altro che un ricordo rivisitato, ecco Muti che racconta di quando a Molfetta da bambino andava a vedere le partite allo stadio Landolfi mettendosi dietro la porta e più grandicello col nonno ma fuori dallo stadio per risparmiare e cogliere l’occasione per entrare gratis negli ultimi minuti se il Molfetta vinceva. Anni fa una partita con la Nazionale cantanti, in attacco, due gol 'steccati' ma comunque un grande applauso all’uscita dal campo.
E Sacchi che da bambino sognava di fare il direttore d’orchestra perché bastava “alzare la bacchetta”, calciatore dai 13 ai 19 anni (per questo considerato solo un ‘teorico’…), allenatore di squadre che dovevano salvarsi, mai esonerato, mai retrocesse, e poi il Milan con un proprietario che voleva vincere tutto.

Oggi si sentono legati da occasioni di “grande giubilo”, da un senso di appartenenza. Muti a Sacchi: “A te devo momenti di grande orgoglio di questo Paese, te ne sono grato”.

MVV



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