Viola Ardone, «Il treno dei bambini» | la CRONACA di RAVENNA

Viola Ardone, «Il treno dei bambini»

A volte dobbiamo rinunciare a tutto, persino all'amore di una madre, per scoprire il nostro destino

21 settembre 2021 - Questo libro rappresenta un vero e proprio caso editoriale italiano dell’ultima Fiera di Francoforte ed è in corso di traduzione in 25 lingue. È ambientato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, il 1946. Il sud è devastato e c’è una grande povertà, soprattutto nei rioni di Napoli, dove a stento i bambini avevano da mangiare e imparavano ad arrangiarsi per poter sopravvivere.
Per questo molti bambini partirono verso il nord d’Italia per trascorrere, ospiti, in famiglia, almeno sei mesi, tutto il periodo più freddo. Una iniziativa portata avanti dal Partito comunista.
Amerigo Speranza è l’io narrante di questo romanzo. È povero, vive a Napoli con la madre Antonietta, figlio unico senza un padre, forse sparito in America, “a faticare”. La madre decide di offrirgli l'opportunità di una vita migliore, non vuole più mandarlo a raccogliere le “pezze”; per lui desidera scuola, cibo, salute. Una decisione difficile che cambierà la vita ad Amerigo.

“La prima volta ho sentito questa storia, racconta la giovane autrice Viola Ardone in una intervista, da una persona anziana che cominciava ad avere ricordi confusi ma che aveva ancora nitido il ricordo di lui affacciato al finestrino di un treno che partiva e la madre a terra che, mentre il treno si allontanava, diventava sempre più piccola. Questa immagine di separazione dolorosa, benché necessaria, mi colpì moltissimo. Mi sono chiesta quale potesse essere il motivo, per una madre, di lasciare partire il suo bambino. Così ho fatto le ricerche e ho scoperto che in quel periodo furono circa settanta mila i bambini che andarono in “vacanza” al nord. Ho voluto che la storia di questo singolo bambino divenisse ‘memoria collettiva’”.

La scrittrice scrisse il romanzo quando non era ancora accaduta in Afghanistan la terribile scena di madri che lanciavano i loro bambini oltre il reticolato ai soldati americani perché li portassero in salvo. I bambini di questo romanzo tornarono quasi tutti a casa, tranne coloro che trovarono al nord una vita migliore, senza dimenticare mai i luoghi di origine, ma quelli afghani chissà se mai rivedranno le loro mamme.

Il bambino parte per il Nord spaventato dalle dicerie sulle cattiverie e sulla crudeltà dei comunisti che, si diceva, mangiavano i bambini. Sale sul treno per recarsi in un altrove sconosciuto dove troverà, gli hanno detto, una famiglia affettuosa e una casa accogliente.
Il romanzo di Viola Ardone racconta l’episodio di un bambino in affido, anche se momentaneo, senza trascurare di sottolineare l’aspetto traumatico di questo piccolo viaggiatore che non era mai uscito da un povero rione di Napoli, che perdeva la mamma, almeno questa era la sensazione del momento, ma allo stesso tempo esce dalla tormentosa sensazione di fame e spera in una protezione che la famiglia ’del nord’ gli darà.
Si dovrà confrontare con un nuovo dialetto, con cibi diversi e con una donna, Derna, che lo accoglie con paura e timore, spaventata quanto lui perché “di bambini non ne capisco proprio”, e deve consolare, rassicurare un cuore infantile che sente il vuoto lasciato dalla madre rimasta giù.

L’autrice ci dà anche una visione approfondita di una città che fa fatica a rialzarsi e che diventa l’unica giustificazione della dolorosa separazione: “A volte dobbiamo rinunciare a tutto, persino all'amore di una madre, per scoprire il nostro destino”. E il destino sorride ad Amerigo che può studiare, aiutare, da lontano, sua madre, ma la scena conclusiva ci sorprende: ancora una volta una partenza e lui al finestrino che saluta un bambino rimasto a terra, ma è solo un saluto che prevede un ritorno e il consolidamento di un legame ritrovato con la sua terra grazie a Carmine, il nipotino che ha scoperto di avere in questo ultimo ritorno a Napoli.

Anna De Lutiis


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