Il diavolo e l’anima ai tempi dell’epidemia. Intervista a Luca Micheletti | la CRONACA di RAVENNA

Il diavolo e l’anima ai tempi dell’epidemia. Intervista a Luca Micheletti

Il regista e interprete dell’Histoire du Soldat di Stravinskij che oggi, sabato 23 gennaio, sarà in streaming dal Teatro Alighieri

23 gennaio 2021 - Pochi gli strumenti e pochi i personaggi, in scena si recita e si danza, ma nessuno canta. È un’operina sui generis l’Histoire du Soldat, che Igor Stravinskij compose nel 1918 mentre la Grande guerra era ancora in corso e infuriava l’epidemia di spagnola, una perniciosa influenza che colpì un terzo della popolazione mondiale.
Sabato 23 gennaio alle 18, in streaming gratuito sul sito ravennafestival.live, la “storia da leggere, recitare e danzare in due parti” che Stravinskij creò sul testo dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz, da una fiaba popolare russa di Aleksandr Afanas’ev, apre la nuova stagione del Teatro Alighieri.
La produzione, in lingua italiana, è dedicata al compositore russo nel cinquantesimo anniversario della morte. La regia è di Luca Micheletti, che il pubblico del Ravenna Festival ha già apprezzato in diverse occasioni sia come regista sia come baritono.
La parte musicale, che Stravinskij compose sotto l’influenza del jazz americano da lui appena scoperto, è affidata per la direzione musicale ad Angelo Bolciaghi, con il quale Micheletti ha collaborato in diverse altre edizioni dell’Histoire. Lo stesso Micheletti è il Diavolo, che insidia il Soldato (Massimo Scola) per sottrargli il violino che rappresenta l’anima dell’uomo; le sue scene danzate sono affidate ad Andrea Bou Othmane. Il Narratore, che è parte viva dell’azione come i sette strumentisti, è Valter Schiavone e Lidia Carew la Principessa che il Soldato salva e sposa. Abbiamo rivolto a Luca Micheletti qualche domanda sullo spettacolo.


Luca Micheletti, a noi oggi che cosa dice di particolare l’Histoire du Soldat?

“Le condizioni in cui cent’anni fa è nato questo capolavoro hanno qualcosa di tristemente simile a quello che stiamo vivendo, perché a quell’epoca non c’era solo la guerra, ma la spagnola stava dilagando; tant'è vero che negli ultimi mesi del 1918 l’Histoire avrebbe dovuto iniziare una tournée nella provincia libera del Vaud, ma fu impossibile a causa dell'epidemia.
Non ne parlo però in senso negativo, ma come motivo di stimolo e di speranza. Se un momento drammatico come quello che vivevano un secolo fa questi autori è riuscito a generare un lavoro così fondamentale, una sperimentazione così nuova e radicale, allora vuol dire che l’arte resiste; non solo, che rilancia, e con prospettive tante volte inedite. Fare appello all'arte e alla storia che ci hanno preceduto, e ai grandi ingegni che ci hanno regalato questi capolavori, ci consola anche in riferimento al presente".

Lei come si è accostato all’Histoire?
“Posso dire che questo è uno spettacolo dell'anima per me, e non soltanto perché è legato al tema che mi è molto caro del Faust. Sono quasi quindici anni che lavoro su questa operina, che chiamo così anche se è molto gravida sia tematicamente sia dal punto di vista formale e creativo, e quindi richiede un grandissimo impegno e una calibrazione molto attenta.
L’ho affrontata per la prima volta appunto una quindicina di anni fa, poi ci sono tornato in più occasioni, ne ho tradotto il testo e addirittura ho scritto un romanzo che ha a che fare con Histoire du Soldat: si intitola Tutta la felicità ed è pubblicato da Sedizioni. L'occasione di ritornare ancora una volta sull’Histoire è nata all’indomani del blocco della produzione del Faust di Schumann che stavamo mettendo in scena all’Alighieri e che è stato rimandato al prossimo settembre; nel frattempo, come ponte ideale, si è deciso di allestire questo Faust minore, da un lato in occasione del cinquantenario stravinskijano, dall'altro in riferimento alla nostra attualità".

Quali caratteristiche ha lo spettacolo?
“Tengo a dire che si tratta di una versione inedita, a partire dal testo che riaccoglie delle scene mai più eseguite dopo la prima del 1918. Non sono mai state pubblicate: il copione originale esiste solo in tre dattiloscritti che sono conservati a Parigi, a Losanna e a Winterthur e io l’ho recuperato e utilizzato per questa versione italiana nuova.
Mi sembrava giusto riscoprire che cosa effettivamente fosse stato quello squarcio nel cielo di carta della scena contemporanea che alla prima rappresentazione, il 28 settembre del ’18 a Losanna, fu salutato come uno dei momenti più innovativi e scintillanti della sperimentazione musicale e teatrale europea.
Nella scenografia che io stesso ho curato, agiamo su un piccolo praticabile che racconta un teatro nel teatro, una sorta di piccolo grande teatro del mondo che prende forma in uno spazio animato da tanti simboli, tra i quali spiccano il libro della conoscenza terrena e della ricchezza fallace, il violino che rappresenta l'anima, ma forse anche la felicità, e le farfalle che sono legate al Diavolo, descritto in una didascalia come un cacciatore di farfalle con il retino.
Tra una parte e l'altra dell’Histoire abbiamo poi deciso di eseguire a mo’ di intermezzo tre brevi pezzi per clarinetto solo che nello stesso anno Stravinskij scrisse come ringraziamento per Werner Reinhart, il mecenate che consentì il debutto dell’impresa. Questo clarinettista che, come si vedrà nella registrazione, si aggira per il teatro vuoto ci è parso un segno molto toccante, un richiamo alla solitudine dell’artista in questo momento in cui non può avere la consolazione del pubblico".

Ci sono particolari difficoltà nella regia dell’Histoire?
“La grande sfida è riuscire a far sì che tutto si tenga, danza, prosa e musica. L’Histoire du Soldat è una sorta di opera d'arte totale in versione folk e perché funzioni bisogna tener presente l'arco storico nel quale si inserisce.
La regia di questa versione è attenta a valorizzare la componente del teatro: il lavoro non diventa una riflessione soltanto sul crearsi il proprio destino in termini metaforici, ma anche sulla creazione artistica tout court. È per questo che, come spesso avviene, entrano in corto circuito i mondi dell' inferno e del teatro: il Diavolo è una sorta di regista creatore e crudele delle trame che gli uomini, invece, devono cercare di contrastare per forgiare autonomamente il proprio destino.
C’è insomma una componente metateatrale piuttosto evidente. D’altra parte, da molti secoli si mette in scena la lotta fra il bene e il male, tra l'anima buona e quella malvagia che lottano per conquistare il destino degli uomini; il Soldato è un militare della Grande guerra, che era così vicina agli autori e ai primi interpreti, però è anche un combattente dell'esistenza, è una sorta di everyman, un ‘ognuno’ che si trova ad affrontare le sfide della vita".

Lei appartiene per tradizione di famiglia alla Compagnia teatrale I Guitti, che è parte fondante dello spettacolo. Quale ne è la storia?
“Il teatro di strada e itinerante che era nelle intenzioni di Stravinskij e Ramuz per l’Histoire, un mondo da comici dell'arte spostato a qualche secolo dopo, è proprio l'humus nel quale nasce la Compagnia I Guitti, che ha una storia plurisecolare di troupe nomade.
I miei antenati giravano l'Italia con padiglioni mobili, i cosiddetti carri di Tespi; in seguito, negli anni Sessanta, sulla scorta di questa tradizione antica la mia famiglia ha ricostruito la compagnia teatrale che è tuttora in vita e che produce, insieme con il Teatro Alighieri e il CamerOperEnsemble, questa Histoire du Soldat".

Patrizia Luppi

(foto Luca Concas)



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