Dacia Maraini: "La bellezza di questa città? Etica, non estetica". L'INTERVISTA

La scrittrice ha presentato alla Classense il libro 'Trio'

03 ottobre 2020 - Con i suoi 83 anni magnificamente portati, Dacia Maraini non si limita a nutrirsi della memoria del passato, che pure custodisce con cura, ma prosegue nell’attività che per decenni ha esercitato scrivendo narrativa come poesia, saggi, opere teatrali, sceneggiature. Ha appena pubblicato un romanzo ambientato nella Sicilia del Settecento, “Trio”, di cui uno dei temi portanti, oggi quanto mai attuale, è l’epidemia di peste che nel 1743 decimò la popolazione di Messina.
Del nuovo libro la scrittrice ha parlato alla Biblioteca Classense stamattina, in dialogo con Matteo Cavezzali nell’incontro che concludeva il ciclo Scritture di Frontiera, e ha toccato anche numerosi altri argomenti che hanno avvinto e a tratti commosso o divertito il pubblico ravennate.
A partire dall’esperienza della fame, quella vera, patita negli anni dell’infanzia trascorsi in un campo di concentramento giapponese perché il padre etnologo, Fosco Maraini, e la madre pittrice di nobilissima famiglia, Topazia Alliata, si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò ed erano quindi diventati traditori del Giappone alleato con l’Italia.
Per proseguire con i ricordi di Alberto Moravia che fu a lungo suo compagno, di Pier Paolo Pasolini, tanto dolce e mite nella vita quanto duro e polemico su certi temi nella scrittura, e della Roma letteraria degli anni ’70, quando a differenza di oggi gli intellettuali si riunivano in un caffè o in una trattoria solo per il piacere di ritrovarsi e conversare. E altri temi ancora, trattati sempre con garbo, acutezza e senso dell’umorismo.
Dopo l’incontro alla Classense (la registrazione del quale è sulla pagina Facebook Festival delle Culture Ravenna Partecipa), organizzato nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione, Dacia Maraini ha accettato di rispondere alle nostre domande. Per questa sera alle 21 la scrittrice ha in programma un altro appuntamento, sempre con Matteo Cavezzali, al Palazzetto dello Sport di Lugo.


Dacia Maraini, lei che ha vissuto finora nel nome della libertà e dell’apertura, tra viaggi, conoscenze e acquisizioni sempre nuove, come ha vissuto il periodo di isolamento a causa del Covid-19?
“Durante le giornate bene, perché sono abituata a stare da sola in casa a scrivere, quindi la chiusura non costituiva una difficoltà particolare. La sera, però, quando finivo di lavorare mi mancava il poter vedere gli amici o andare a teatro come al solito. Certo, sono stata emotivamente colpita e impressionata dalle storie e dalle immagini di tutti quei morti. Anche se non ho preso la malattia, non ho potuto non partecipare all’orrore e alla sofferenza che hanno colpito tanti altri. Dal punto di vista emotivo, quindi, è stato un trauma, però ho conservato un equilibrio anche grazie al lavoro".

Per esperienza personale e attraverso la sua straordinaria famiglia, che conta numerosi artisti e intellettuali, è entrata in contatto con mondi molto diversi, dal Giappone all’Africa all’Islam e altri ancora. Crede nella possibilità di una conciliazione tra culture differenti?

“Tutti i grandi momenti della storia scaturiscono da mescolanze di culture diverse. Pensiamo all'Impero romano, che è stato qualcosa di eccezionale, importantissimo non soltanto dal punto di vista militare ma anche da quello architettonico e linguistico: infatti tutta l'Europa parlava latino. Che cosa facevano i romani? Facevano arrivare persone da tutto il mondo e spessissimo dopo poco tempo offrivano a ognuno di diventare civis romanus, cittadino romano. Credo che siano stati intelligenti più di noi, almeno di tutti quelli che oggi hanno paura.
L'America è diventata così potente perché ha saputo mescolare e integrare in sé centinaia di popolazioni diverse e ha dato a tutti la forza di sentirsi americani. Non sto parlando degli Stati Uniti di adesso, è chiaro, perché il momento attuale è di divisione, di frantumazione, di odio; c’è una parte dell’America che non riconosciamo rispetto a quella che era in passato, la grande democrazia internazionale.
Io, in ogni caso, sono assolutamente per l’incontro tra le culture privo di odio, sfruttamento e rancore, ma basato sulla solidarietà, la comprensione e l’apprendimento".

Oggi è a Ravenna. È una città che le suscita particolari sentimenti ed emozioni?
“Vengo sempre volentieri qui. Ci sono tante bellezze che rimango spesso a guardare e secondo me la bellezza è parte integrante di una città. Certo, si tratta di bellezze del passato, però ci si nutre di esse e si spera di poter continuare con dei progetti di bellezza.
Non sto parlando dell’aspetto di una pin-up oppure di un quadro: io mi riferisco a una cultura che dia importanza alla bellezza come etica, perché la vera bellezza è etica, non estetica. Ravenna è una città che ha una grande tradizione di bellezza nel senso etico e spero che continui sulla stessa linea. Non conosco bene la situazione attuale, ma so che ci sono molte iniziative culturali e questo mi dà fiducia".

Patrizia Luppi


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